E3 2013. Il punto (personale) della situazione

 Los Angeles 11 – 13 /06 /2013

Da qualche anno a questa parte l’E3 non catalizza più l’attenzione dei soli videogiocatori. E’ maturato, come tutte le cose di questo mondo si è evoluto e, seppur restando fedele alla sua idea originale, ovvero quella di una fiera per appassionati utilizzata per la presentazione dei nuovi titoli che compariranno sugli scaffali dei rivenditori (specializzati e non) nei prossimi mesi, si è trasformato in una sorta di specchio culturale della società. Una prima concretizzazione di questo pensiero lo si ritrova nella frase precedente, quel “specializzati e non” che indica che il mondo del videogaming attualmente è visto sotto un’ottica diversa rispetto a qualche anno fa. Quello che prima era considerato una “perdita di tempo” o comunque qualcosa di poco serio, tanto da creare una sorta di categoria sociale di emarginati (venne prima utilizzato impropriamente il termine nerd fino ad arrivare all’attuale geek) oggi invece è diventato una sorta di mainstream. Tornando indietro di qualche anno l’appassionato era obbligato a fare i suoi acquisti in quei pochi negozi specializzati, a volte percorrendo decine di chilometri ( son ben radicate nella mia memoria tutte le avventure passate per comprare un titolo piuttosto che un altro) mentre ora anche nell’impensabile supermercato si trova l’ultimo Call Of Duty. Il mondo è cambiato. NOI siamo cambiati. E di conseguenza l’E3 è cambiato. Chiariamo subito una cosa. Se cercate una cronaca minuto per minuto dell’evento più importante per la nostra passione avete sbagliato articolo. Sicuramente tra conferenze seguite in diretta piuttosto che letture di news, resoconti, preview e quant’altro sarete informati quanto me che ero presente a tutti gli eventi umanamente possibili da seguire. Ovviamente i titoli presentati verranno analizzati anche in questo articolo, ma non sotto forma di hands on ma come esplicativo del concetto per cui vengono chiamati in causa. Non sono nuovo a questo genere di eventi (anche se ammetto che è la prima volta che seguo la fiera di Los Angeles, sono sempre stato in Europa e da qualche anno al TGS) e sempre come semplice appassionato, motivo per cui questo resoconto sarà volutamente scritto con un taglio che probabilmente non è usuale per gli standard di CPN, abbandonando il mio ruolo da redattore e scrivendo semplicemente come Riccardo. Quello che quest’anno mi ha spinto a cambiare “rotta di navigazione” e di dirigermi a Ovest invece che a Est (a livello continentale almeno) è stata la convinzione di un cambiamento netto rispetto al passato. Certo, la curiosità riguardo le nuove home console è cresciuta man mano che venivano rilasciate indiscrezioni, comunicati ufficiali e conferenze, non sarebbe potuto essere altrimenti. Ma oltre questo c’era qualcosa che suscitava la mia curiosità e che non riuscivo a definire. Almeno finché non ho varcato i cancelli del Convention Center di Los Angeles. Signori, la Next Gen è davvero arrivata. Ma non grazie a Ps4 e XboxOne, come molti proclamano. La Next Gen è arrivata figlia del cambiamento della società in cui i videogiocatori vivono. E’ arrivata perché il mondo commerciale si è accorto che il videogame è un business da miliardi annuali di fatturato. Questo porta ad avere si tanti prodotti fotocopia che si “rinnovano” annualmente solo per la confezione che va a finire sugli scaffali ma che inevitabilmente vendono milioni di copie (ognuno di noi sa, a seconda del suo gusto personale, quale titolo mettere al posto della parola prodotto) ma porta anche una quantità di denaro in più da spendere in progetti che vanno oltre la mentalità puramente commerciale. Portano produttori e sviluppatori a OSARE. Questo fino a qualche anno fa era prerogativa di alcuni audaci che rischiavano, mettendo anima corpo e denaro in progetti che molti definivano “azzardati” salvo poi rivelarsi capolavori (pensiamo ai CD Project RED ai tempi del primo The Witcher, ora considerati al pari delle Superstar del settore o a Namco e al suo Demon Soul), mentre attualmente questi rischi vengono corsi molto più spesso. E la Next Gen è arrivata con questi rischi non dall’E3 2013, bensì da quello precedente, quello del 2012, ma pochi se ne sono accorti, pur avendo tutti gli elementi sotto gli occhi li hanno metabolizzati solo quest’anno. Io per primo sono tra questi, anche se a mia parziale scusante ho quel “qualcosa” di cui parlavo prima che mi ha spinto a Los Angeles. Foriere di tutto ciò é stata Nintendo e il suo WiiU. La casa di Kyoto da sempre è stata quella che ha osato, che ha cercato l’innovazione, che ha proseguito sulla sua strada incurante (o quasi) dell’opinione pubblica, compresa quella della sua clientela. Ora, se queste scelte dal punto di vista economico/ commerciale abbiano o meno dato frutti non sta a me dirlo, o in ogni caso, non è questa la sede adatta. Quello che è innegabile è che la visione di Nintendo, al di là del gioco sul divano con gli amici ( nella stragrande maggioranza dei casi l’unica idea di multiplayer concepita dai titoli per le sue console) e ad alcune gravissime mancanze dal punto di vista hardware (l’assenza di un riproduttore di DVD o Bluray, considerati gli standard, è tutt’oggi una cosa scandalosa) è stata il primo passo verso la next gen. Che, chiariamolo, non si limita alla sola potenza grafica, al frame rate più alto o alle risoluzioni spaventosamente alte. Quella è una conseguenza del progresso tecnologico che esiste sin dai tempi della prima radio a transistor. Next Gen vuol dire andare oltre, creare un nuovo standard, settare nuovi limiti o comunque tracciare nuove rotte da seguire. Esplorare e poi (ovviamente) tradurre queste visioni in qualcosa di concreto. Nintendo ha tracciato la rotta, ha fatto vedere che al di là dei prodotti tutti uguali ci possono essere altre forme di divertimento, Purtroppo il giocare in anticipo rispetto alle concorrenze ha portato un risultato non soddisfacente, con le vendite che sono al limite della tragedia (salvo rari casi, anche in patria dove la compagnia è quasi divinizzata, non si va oltre le 20.000 unità/mese). Il gap tecnologico con le rivali che a breve entreranno in commercio è enorme, la speranza che sosteneva i fan si è sgretolata. Il parco giochi WiiU è tutt’ora inesistente, pochissimi titoli esclusivi e una marea di conversioni che, seppur in alcuni casi superiori alle controparti per Ps3 e Xbox 360 hanno ben poco valore, considerato che queste ultime sono console a fine ciclo vitale e con hardware vecchio di 7 anni. Non bastano l’esclusiva di Bayonetta 2 (annunciato a settembre dell’anno scorso e assente ingiustificato o quasi alla prova più importante, quella della fiera appena terminata) o il misterioso nuovo lavoro dei Monolith (anche lui molto deludente dal punto di vista mediatico: non si possono mostrare solo alcuni minuti di video precalcolati ad un evento come l’E3, considerato l’enorme hype che gravita attorno al titolo) a rimettere in corsa la “nuova nata” in casa di Mario. Certo, il nuovo capitolo di Mario Kart è effettivamente un gran titolo, da sempre si è differenziato dai vari racing game per uno stile tutto suo (tanto da creare numerosi cloni, non dimentichiamolo e soprattutto non sminuiamolo), ma è effettivamente di questo che ha bisogno Nintendo? Di presentare il nuovo capitolo di qualche storica IP che a conti fatti altro non è che il lifting (più o meno pesante) del titolo precedente? Il nuovo Smash Bros (altro titolo che ha creato un genere) nonostante la supervisione di Sakurai (ottimo il lavoro fatto dal Team Sora con Kid Icarus Uprising) cosa offre di nuovo? Son le stesse domande che generalmente ci si pone davanti all’ennesimo capitolo di CoD o di Fifa, non nascondiamoci dietro ad un dito. A distanza di un anno quindi si è rimasti con un grandissimo spunto, un’idea visionaria, un ottimo proposito che però, purtroppo, non si è concretizzato, restando ancorati a quella che è l’attuale generazione di console. E di conseguenza tramutato in una generale sfiducia (anche delle terze parti, non solo della clientela, esclusa quella che nega anche l’evidenza) nei confronti di quella macchina che ha comunque, mi ripeto, tracciato la strada per la nuova generazione (l’ottava) di Home Console. Tracciato che Ubisoft ha seguito in prima posizione tra le varie Software House.

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Si, perché Watch Dogs, IP presentata l’anno scorso, incanala appieno il pensiero di Next Gen, non in ambito hardware, ovviamente, ma in ambito software. L’eco del boato creatosi l’anno scorso alla conferenza Ubisoft è tuttora ridondante, e dopo aver testato con mano (in versione old gen, passatemi il termine, visto che la versione era quella Xbox360) il prodotto quasi finito non posso che essere ancora più convinto del pensiero espresso poc’anzi. Sull’analisi tecnica del prodotto lascio la parola a persone ben più competenti di me, ma mi permetto di dire una cosa: pur avendo provato la versione per la console Microsoft sono assolutamente convinto che un’idea così innovativa come gameplay sposi alla perfezione l’idea di next gen proposta da Nintendo e il suo paddone (termine poco giornalistico e professionale con cui identifico il controller della WiiU). E’ un caso la presentazione risalga all’anno scorso (pur considerando che, a onor di cronaca, l’annuncio per WiiU sia stato ben distante cronologicamente dall’E3)? Certo è che un progetto così ambizioso difficilmente avrebbe visto la luce non ci fosse stato l’interesse mediatico attuale. Un’idea così ambiziosa, riuscire a creare un mondo dinamico e effettivamente reattivo alle nostre decisioni da giocatore è un qualcosa che in molti, forse troppi, hanno promesso nel corso degli anni. E presentarlo in una versione ridotta (ma solo per quello che riguarda il comparto grafico) sulle console che lentamente, ma inesorabilmente, si stanno avvicinando al tramonto è la manifestazione più pura che siamo già in piena next gen, almeno concettualmente, da almeno un anno, visto che le nuove rappresentanti della definizione saranno sul mercato ad novembre (esattamente un anno dopo il lancio della console Nintendo), periodo ideale per la commercializzazione almeno per uno dei mercati fondamentali, quello statunitense, vista l’importanza del Black Friday (ovvero il primo week end dopo la Festa del Ringraziamento, periodo che segna l’inizio dello shopping natalizio). Il recente E3 ha rafforzato questa mia convinzione personale, vuoi perchè la potenza di ps4 e XboxOne apre tutta una serie di possibilità anche a livello ideologico piuttosto che a livello visivo/rappresentativo. Un esempio per tutti? Battlefield 4.

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Unanime è stata la reazione del mondo della stampa specializzata, soprattutto riguardo all’impatto visivo. Ben pochi però si son ricordati (o hanno fatto finta di non ricordarlo) che Battlefield 4 altro non è che il proseguo di quello che Dice ha sempre posto come credo nella produzione dei capitoli del suo brand (cito anche Bad Company, spin off che al di là della piega “tamarra” ricalca appieno le caratteristiche della serie principale). Le indiscrezioni che vogliono la demo presentata nella conferenza Microsoft in realtà girare su PC non distolgano l’attenzione da quello che il messaggio reale vuole trasmettere: già Battlefield 3 l’anno scorso mostrava in parte quello che oggi Battlefield 4 mostra in maniera più concreta, ovvero l’interattività totale con il mondo di gioco. Il filmato presentato alla conferenza e la demo multiplayer provata in separata sede, al di là dell’impatto visivo devastante (e ci mancherebbe anche altro, direbbe qualcuno, vista la potenza nominale delle macchine su cui dovrebbero girare) sottolineano e accentuano un ambiente di gioco dinamico e ricco di sfumature che, pur considerando le variazioni precalcolate ai fini della sceneggiatura (di stampo volutamente hollywoodiano, del resto bisogna accontentare il pubblico o almeno la sua maggioranza) offrono realmente varietà decisionale ai fini del gameplay. Questo, unito a quei tratti caratteristici della serie presenti anche nei capitoli precedenti (ambienti completamente distruttibili, e di conseguenza tutte le implicazioni tattico/strategiche che ne conseguono, come le scelte effettuate nella demo, ovvero distruggere i sostegni di una metropolitana per far sprofondare e intrappolare un carro armato nemico prontamente fatto saltare dal geniere, e la forza di gravità che agisce sui mezzi e sui proiettili) contribuisce a creare un titolo da considerare next gen a tutti gli effetti, pur uscendo prima su Ps3 e Xbox 360. Anche The Phantom Pain/ Metal Gear V ha lasciato il mondo a bocca aperta. Lo stesso mondo che gridava al miracolo durante la presentazione sulla console Microsoft che si è zittito dopo che ha saputo che il filmato presentato girava su Xbox 360. Questo pone nuovamente la domanda, a cui non bisogna dare una risposta affrettata. Seppur vero che dopo anni di lavoro gli sviluppatori imparano a spremere le macchine su cui lavorano, in coscienza, possiamo dire che la next gen inizia solo quando viene commercializzata una nuova console? Non smetterò mai di ripeterlo, ovviamente una maggior potenza permette di rappresentare meglio quella che è l’idea che sta alla base di un videogioco, ma ricordiamoci che non è questo che fa compiere il salto di qualità ad un titolo. Limbo è un gioco che tecnicamente non fa certo gridare al miracolo, eppure sappiamo tutti che gamma di emozioni è capace di trasmettere. Idem Journey. Con questo non voglio certo sminuire il lavoro dei designer, io per primo quando ho visto Wild Hunt, da grandissimo amante della serie, ho avuto un brivido lungo tutta la schiena notando l’imponenza dell’orizzonte visivo e la magnificenza di dettagli. Ma io amo The Witcher (e con me migliaia di altri videogiocatori) non certo per la cura degli abiti di Geralt o per il movimento realistico delle grazie delle protagoniste femminili dei giochi della serie (più potenza vuol dire anche più realismo nei movimenti…). Amo la serie per l’innovazione che ha portato, la storia non lineare in cui le scelte assumono realmente un peso ai fini della trama, non sono solo parole dette per creare hype, punti fermi e ben chiari durante l’intervento di John Mamais. Che poi la potenza grafica permetta di affrontare uno storytelling innovativo, come nel caso di Quantum Break, fa un po’ “da altra faccia della medaglia” di quanto detto finora, visto che in questo caso è la pura potenza grafica a reggere una narrazione che finora non sarebbe potuta essere convincente, e la prova (per quanto filmato in CG seppur con il motore del gioco e non in tempo reale) viene sempre dalla conferenza Microsoft. La stessa idea di base, peraltro avvolta nel mistero, che il gioco stesso vada a fondersi con la realtà suggerisce un’idea azzardata, forse ai più strana, ma che di certo segna un nuovo punto di svolta nell’intrattenimento videoludico. Il verdetto, come sempre sta ai posteri, ma la curiosità rimane indubbiamente alta. Le possibilità offerte quindi dalle nuove tecnologie definiscono quindi i nuovi confini dello sviluppo. Pur non essendo un amante del genere strategico, direi una bugia se negassi che durante la presentazione di Project Spark sono rimasto a bocca aperta. Un editor talmente potente da permettere una manipolazione in tempo reale dello scenario di gioco (che poi la feature di utilizzare i comandi vocali del kinect piaccia o meno è una questione di gusti) è un chiaro segno che lo potenza non si limita alla sola grafica, tutt’altro che straordinaria in questo titolo, ma riguarda anche la capacità di calcolo, che permette anche in questo caso di osare e creare qualcosa che, nonostante il genere non sia certo originale, fino a ieri non era possibile. Oppure permettono di prendere un’idea rivoluzionaria e renderle finalmente giustizia. Sto parlando di Mirror’s Edge 2.

Mirrors-Edge-2

Il primo capitolo, uscito ormai agli albori dell’attuale generazione di console si è creato uno spazio tutto suo nel mondo videoludico, pur utilizzando una visuale, quella in prima persona, che ormai è abusata in ogni dove è riuscito, grazie anche ad una narrazione fortemente ispirata a risultare un prodotto originale, pur non essendo esente da difetti: in primis gli scenari,sia interni che esterni molto simili tra loro, che seppur bene riuscivano a trasmettere il senso di libertà alla lunga diventavano monotoni e piatti, in secundis il sistema di controllo non certo comodo e preciso, soprattutto nelle fasi più concitate. La possibilità di poter interagire con un mondo più “reale” aumenta il senso di immedesimazione e contribuisce ovviamente a offrire un’esperienza più divertente certo, ma non dimentichiamo che non è sempre e solo il realismo che deve essere un punto di partenza o arrivo, a seconda dei punti di vista. Un gioco come Destiny (prima prova multipiattaforma di Bungie, creatori di Halo) non fa certo del realismo i suo punto fermo, ma la potenza delle macchine di nuova generazione ha permesso la creazione di un universo da mozzare il fiato a livello visivo, vivo e coerente con le regole che esso stesso impone. Tanto vivo che è diventato il fulcro del gioco stesso, trattandosi si di un avventura in single player ma basato sulle meccaniche di un MMO. Il gioco uscirà anche sulle console attuali, quindi l’unica differenza sarà riscontrabile sul lato estetico, per il resto il gioco sarà lo stesso. E’ quindi forse un titolo meno valido quello che uscirà su Ps3 e Xbox 360 rispetto a quello per le sorelle maggiori? Certo, magari ci potrà essere qualche rallentamento in più, un dettaglio grafico ovviamente minore e un orizzonte visivo ridotto, clipping e/o tearing più o meno fastidiosi, ma da quello che ho potuto provare non cambia assolutamente niente: anche l’occhio vuole sicuramente la sua parte, ma ciò non toglie che ci troviamo davanti ad un titolo di sicuro successo, titolo indubbiamente next gen sulle attuali console. Come Watch Dogs. Che il rilancio poi di serie che da troppo tempo mancano nel panorama videoludico in concomitanza con l’uscita delle nuove console sia decisamente una mossa commerciale penso sia chiaro un po’ a tutti. Thief 4, i cui lavori sono cominciati nel 2009, quando Ps4 e XboxOne probabilmente non erano nemmeno pensate, é uno di questi. Non che ne sia scontento per carità, ma io come molti appassionati lo aspettavamo già all’ E3 dell’anno scorso (anche se poi abbiamo avuto Dishonored e non è stato certo un male). E’ uno dei pochi titoli che mi ha colpito più per il feeling trasmesso che non per quello che si vedeva su schermo. Una realizzazione tecnica impeccabile quasi sfigurava davanti a un mondo di gioco che per la prima volta sembra effettivamente rispondere (in maniera diversa da quanto fa The Witcher) agli input del giocatore, una libertà pressochè totale nell’approccio delle varie situazioni, figlia ovviamente della potenza di calcolo delle nuove console. Penso che ormai il mio pensiero sia ben chiaro, e non ho certo la pretesa di convincere chi finora è arrivato a leggere fin qui che la next gen sia qualcosa di diverso dalla grafica pompata, pur sapendo che gran parte dei videogiocatori si ferma solo a questo aspetto. La riflessione però a questo punto si sposta sull’effettivo valore di questo E3. Fermo restando che rimane sempre e comunque una vetrina per i prodotti che verranno commercializzati da qui a breve, è innegabile che abbia un importanza diversa a seconda dell’argomento trattato. Pur essendo dall’altra parte dell’oceano ho avuto modi di documentarmi sulle pubblicazioni dei miei colleghi (mi perdonino se oso paragonarmi a loro, pur non considerandomi assolutamente un giornalista), e praticamente ovunque si è parlato solo delle nuove console e di quei pochi giochi che rappresenteranno il canto del cigno per le attuali console. Non una parola sulle console Android Based. Eppure erano presenti anche loro all’E3. Non son state considerate pur offrendo una valida (almeno teoricamente) alternativa al classico home gaming, andando a coprire tutta una serie di categorie di gioco che attualmente sono snobbate, o comunque di dominio del mobile gaming con smartphone/tablet. Ovviamente non sto dicendo che possano imporsi come sistema domestico di gioco, sarebbe folle pensare una cosa del genere, ma non prendere nemmeno in considerazione la possibilità che possano affiancarsi ad una delle home console che sicuramente, presto o tardi, entreranno nelle nostre case mi sembra uno snobbismo verso una nuova forma di intrattenimento non giustificato. L’idea é che, cambiando i tempi e mutando l’interesse, sia cambiato anche il valore percepito dagli appassionati. Ormai non importa più che un gioco sia divertente e che trasmetta una qualche emozione: la stampa specializzata sembra “pilotata”da una sorta di pensiero comune, ovvero “grafica pompata = capolavoro assoluto” (ognuno di noi, anche in questo caso, può mettere un titolo piuttosto che un altro come esplicativo del concetto) mentre l’utenza finale, quella che dovrebbe decretare il successo o meno di un titolo si basa più sulle percentuali di completare al 100% un titolo (chiamatelo platinare/ millare a seconda della vostra console preferita).

E’ quindi stato davvero un punto di svolta come molti si aspettavano questo E3?

Personalmente la risposta é no, pur essendo uno delle fiere più riuscite degli ultimi anni, sia come qualità che come quantità di titoli validi presentati.

No perchè come ho già espresso all’inizio di questo Wall Of Text, la next gen è cominciata l’anno scorso.

No perchè al di là della potenza e di tutte le possibilità (a livello di gameplay) che questa potrà/può portare siamo sempre al solito punto. Finchè anche l’utente non capirà che videogiocare non è solo “vedere” ma bensì “vivere” un esperienza diversa che deve essere divertente no basterà tutta la potenza del mondo per cambiare questo mondo. Questa è la sensazione che mi ha lasciato questo evento, una delle esperienze più gratificanti della mia vita.

E’ cambiata la società.

Siamo cambiati NOI.

E’ cambiato l’E3.

E’ cambiato il videogioco e il videogiocare.

Poi sui titoli presentati potremo parlarne in altra sede, ammesso e non concesso la mia voce sia una di quelle che si desidera sentire.

next year

 

COMMENTI
  1. 1.

    Te l’ho già detto ieri ma lo ribadisco.. Articolo sublime Riccardo :clap::clap::clap:

    L’anno prossimo facciamo un bel gruppo che voglio andarci pure io :sisi:

    3.

    lordfener91
    Te l’ho già detto ieri ma lo ribadisco.. Articolo sublime Riccardo :clap::clap::clap:

    L’anno prossimo facciamo un bel gruppo che voglio andarci pure io :sisi:

    Se nello stesso periodo giocassero pure i Lakers (magari in Finale) sarebbe anche oltre un sogno 😎

    4.

    La Next Gen è arrivata figlia del cambiamento della società in cui i videogiocatori vivono.

    diciamo che racchiude in pieno ciò che ormai tutti noi pensiamo della nostra passione :sisi:

    Finchè anche l’utente non capirà che videogiocare non è solo “vedere” ma bensì “vivere” un esperienza diversa che deve essere divertente no basterà tutta la potenza del mondo per cambiare questo mondo.

    il concetto di vivere per me è stato preso e applicato dall SH nei loro giochi sotto il nome open world..guardate ubisoft con i suoi ultimi titoli o dall’ormai uscito far cry, guardate la nuova perla di ND, guardate i vari giochi spara spara che hanno iniziato a non essere più cosi lineari ma un po più aperti…la visione di vivere un videogioco in questa maniera a me intriga molto..per me è la via giusta per ora e spero che oltre a questo possano in futuro aggiungere un qualcosa in piu :sisi:

    5.

    Complimentoni per l’articolo Rhaxs :clap:

    L’occhio vuole la sua parte è invitabile questo, ma la grafica non è assolutamente nulla rispetto all’innovazione IMHO, quello che a noi interessa principalmente è il divertimento e quello che un gioco riesce ad offrire. Nintendo ne è una dimostrazione con il suo DS nel confronto con PSP e con il provare a cambiare frequentemente eperienze videoludiche mettendo in secondo piano la grafica (ds, 3ds, wii ed infine wii u).

    Personalmente non do più tanto peso alla grafica da quando oramai i passi generazionali non sono cosi enormemente evidenti come in passato quando si passava dagli 8 ai 16 ai 32 ai 128 bit. Ora si è pur vero che ci sono progressi enormi ma mai tanto clamorosi come in passato sul lato visivo.

    Mi è piaciuto molto questo E3, forse il migliore da quando lo seguo con CPN, l’unica cosa che realmente mi preoccupa è il dar troppo peso ai vari Social, creare addirittura un tasto sul pad per “condividere” è una cosa per il sottoscritto davvero inquietante.

    Ancora complimenti :clap:

    6.

    Complimenti Riccardo per l’articolo, hai colto in pieno molti punti sull’aspetto dell’attuale mondo videoludico.

    Purtroppo i giocatori di oggi non vedono i videogames come li vediamo noi “anziani” del gaming, ormai siamo arrivati al punto che l’unica cosa che conta é la grafica iperpompata ed il multiplayer online.. i ragazzi si approcciano in modo diverso, non riescono a cogliere la profonditá di quello che viene raccontato o l’intensitá dei dialoghi e spesso grandi titoli vengono messi nel dimenticatoio per dar spazio ai soliti sparatutto. E questo secondo me influisce anche le scelte delle SH.

    Poi fortunatamente ci sono anche sviluppatori che ancora credono nella vera essenza dei videogiochi e che regalano titoli degni di essere chiamati capolavori, peró ecco.. piú si va avanti meno se ne vedono di questi giochi IMHO.

    I tempi sono cambiati, e non ci resta che guardare indietro con nostalgia a quello che era una volta la console: una scatola che una volta accesa ti portava in nuovi mondi e ti faceva vivere storie incredibili, fantasiose, terrificanti senza spezzarli con dannati DLC, senza online, senza limitazioni.

    7.

    Articolo bellissimo :), complimenti. Sinceramente rispetto ai passati cambi generazionali ho davvero notato un passaggio molto più graduale, e come hai detto tu, la next gen è già arrivata sulle console attuali, perchè non è solo di grafica ultrapompatissima che si parla, ma di un’ideologia completamente nuova rispetto a prima.

    Come ho sempre sostenuto, i videogiochi stanno subendo una trasformazione simile a quella avvenuta nel mondo del cinema: da prodotto per pochi appassionati, a prodotto di massa, e al di la del fatto che questo sia un bene o un male, è molto entusiasmante assistere a questo mutamento.

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Scritto da: Riccardo "Rhaxs" Sitzia

Videogiocatore sin da quando ha avuto facoltà di pensiero, possiede come caratteristica fondamentale avere "metallo liquido e birra" al posto del sangue nelle vene. Soffre della "Sindrome del Chitarrista" che, oltre a costringerlo a imbarazzanti esibizioni di Air Guitar in luoghi pubblici utilizza come scusa per i suoi frequenti errori di battitura: "Ho le dita della mano sinistra che vanno più veloce del pensiero..deformazione professionale" ama dire.

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