The Last Guardian

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[RECENSIONE] The Last Guardian

the last guardianQuando l’amore vale più dei difetti…

L’attesa è finita. Dopo nove anni e un susseguirsi di eventi quali salto generazionale di console e problematiche legate alla carriera del suo autore, The Last Guardian è davvero realtà. Il gioco ideato da Fumito Ueda è diventato negli ultimi anni l’icona dell’hype disperato e speranzoso, tanto da essere considerato un titolo mistico e su cui mettere una pietra sopra da quando, nell’ormai lontano 2009, si perse ogni sua traccia con il possibile debutto su PlayStation 3. E’ stato un evento piuttosto clamoroso quando all’E3 2015 The Last Guardian ha aperto le danze della conferenza Sony, ma ancora di più lo è stato vedere a fine video l’anno 2016 stampato a caratteri cubitali. L’eredità di ICO e Shadow of the Colossus è diventata davvero realtà ed ora è fruibile al grande pubblico, incurante del fatto che, oggi più di allora, si tratti di una produzione anacronistica che volta le spalle all’utenza media. Non resta che chiedersi se The Last Guardian sia riuscito, quindi, a fare valere l’attesa del suo travagliato sviluppo.

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Il tasto Share lo utilizzerete spesso per immortalare quadri come questo. Siete avvisati.

E’, come prevedibile, una risposta che si basa molto su pareri soggettivi. The Last Guardian può essere riassunto come una poetica avventura, fondata sul rapporto uomo-animale e sul concetto di fiducia e fratellanza, una toccante emozione minata da problemi tecnici che nel 2016 fanno più che storcere il naso. E’ bene chiarirlo subito: The Last Guardian non è un gioco perfetto, ha dei difetti piuttosto evidenti legati alle meccaniche di gioco che lo fanno figurare quasi come un prodotto della generazione scorsa, ma degli albori, sia chiaro (non sarà forse un caso che il concept di base sia quello del 2007). I comandi del nostro alter ego sono legnosi, imprecisi e più di una volta sono fonte di frustrazione o di cadute accidentali nei burroni, mentre la telecamera si dimostra essere il vero nemico numero 1 del titolo. E’ evidente come la necessità di focalizzare l’attenzione sia sul protagonista che sulle movenze di Trico, il nostro bestione amico, abbia comportato dei compromessi in quanto gestione della visuale; il punto è che, anche tralasciando la mastodontica creatura che dobbiamo sempre osservare, la telecamera non permette al giocatore di concentrarsi su un determinato punto da osservare con tranquillità e, soprattutto, causa davvero dei mal di testa quando bisogna montare in groppa a Trico se ci si trova in ambienti stretti, a volte si “resetta” persino in autonomia nel tentativo di trovare una quadra. Sono magagne tecniche che onestamente nel 2016 ci fanno riflettere, perché il prodotto presentato al mercato è nato vecchio e non al passo coi tempi.
Se tutto questo non avesse dovuto scalfirvi, sappiate che i difetti finiscono qui e che, tolto questo doveroso sasso dalla scarpa, possiamo finalmente analizzare The Last Guardian per quello che è, ovvero un racconto poetico, romantico e che davvero vale la pena di vivere.

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Miao? Bau? Prr? Qualunque verso immaginiate, non si può non affezionarsi a questa bestiolina…

Un giovane ragazzo, un bimbo per meglio dire, si risveglia in una caverna con dei tatuaggi sul suo corpo, senza sapere come si trovi lì e da quanto. Accanto a lui giace una gigantesca bestia mangia-uomini, Trico, conosciuta solo grazie ai racconti del saggio del villaggio, incatenata e tramortita. L’iniziale paura ed insicurezza reciproca comincia a svanire dal momento in cui i due protagonisti devono collaborare per uscire dal luogo in cui sono rinchiusi. L’avventura così comincia: tra salti, arrampicate e galoppate, il giovane protagonista e la bestia capiscono ben presto che non possono fare l’uno a meno dell’altro per uscire incolumi da quella prigione abbandonata dall’uomo e presa in custodia dalla natura. Seppur forse non così chiaramente, viene fatto intendere subito che l’obiettivo finale è la fuga dalla desolazione per un semplice motivo, e cioè che il vero cuore del gioco non è tanto il raggiungimento di questo scopo ma piuttosto il modo, il come. Il bimbo, adornato come un monaco orientale, non è in grado di compiere grandi salti, non è forte (anche se decisamente resistente) e non può difendersi, ma può sgattaiolare in anfratti angusti, spostare oggetti e liberare il passaggio dagli ostacoli. Trico può compiere salti enormi, è una bestia che sa difendersi e sa difendere, ma non è autosufficiente ed è vittima di ostacoli ambientali o artificiali (soprattutto). Solo la cooperazione può consentire ad entrambi i protagonisti il semplice passaggio da un’area all’altra, da un puzzle all’altro. E dopo ogni zona esplorata, nemico sconfitto o cibo fornito alla bestia, il rapporto di amicizia non fa altro che rinforzarsi fino a diventare una vera e propria dipendenza reciproca.

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Trico è terrorizzato dagli specchi, e piu di una volta siamo costretti ad “incitarlo” per proseguire nel nostro cammino…

Il bimbo è l’alter ego che comandiamo, Trico invece può essere utilizzato solo tramite i comandi che potremo impartirgli con la nostra voce. Il fatto che non sia utilizzabile direttamente non lo rende meno protagonista, anzi si può dire quasi che, in virtù del fatto che lo abbiamo sempre sotto occhio, lo sia tanto quanto il bimbo e forse anche di più. Ogni sua movenza, sguardo, verso o atteggiamento non è casuale, fa parte sia della sua natura animale sia come elemento di gameplay. La realizzazione della bestia è quanto di più reale si sia visto in un videogame, come ogni vero animale non ci ascolta sempre e si prende il suo tempo per fare anche una banale azione, le sue movenze e il suo carattere lo rendono davvero una raffigurazione fantasiosa di un cane o di un gatto, basti anche solo pensare a come corre appena vede uno spazio aperto, di come gioca con l’acqua o di quando chinerà la sua testa in cerca di qualche coccola. Trico può essere anche “bloccato” dalla telecamera premendo il tasto L1, ponendo quindi il focus su di lui per osservarne le azioni. E’ davvero impossibile non affezionarsi a questo animale fantastico, creato per infondere al giocatore il sentimentalismo che il titolo propone, nella maniera più assoluta. Quello che il gioco vi lascerà, una volta finito, non sarà tanto la memoria di aver completato o meno l’obiettivo principale, ma il rapporto che vi sarete creati con la bestia.

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Chi ha un cane, sa già come va a finire dopo il bagnetto…

The Last Guardian non è solo una storia poetica e romantica, ma un gioco che punta anche molto all’estetica piuttosto che alla grafica pompata (non che questa sia brutta, anche se capita di trovare texture a bassa risoluzione), con un’attenzione ai dettagli veramente fine. L’erba che si muove, il soffio del vento, la sensazione di quiete e le lunghe scalate rendono questo gioco un’opera da assaporare con calma, facendoci staccare la spina e mettendoci a contatto con la natura. Gli arrangiamenti musicali accompagnano solo le fasi più movimentate del gioco, lasciando generalmente il giocatore dal rumore generato dal vento e dalla natura. Non sono nemmeno assenti i richiami alle due opere precedenti di Ueda, benchè The Last Guardian si collochi comunque come un gioco (apparentemente) a sé stante. Chi ha piacere a speculare e cogliere dettagli di lore è avvisato.

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Non credo ci sia bisogno di spiegazioni per descrivere questa scena…

E’ difficile, davvero difficile, poter dare un voto numerico a The Last Guardian. Questo tipo di giochi rientra in una classificazione borderline, per cui spesso chi è sentimentale ed amante di queste storie tende a lasciare completamente perdere i difetti presenti, mentre chi è più incline al tecnicismo lo considera come una semplice vai da A a B e nel mentre risolvi l’enigma X e Y, perché sostanzialmente se va ridotto in parole povere questo è il gioco. Va da sé che il titolo di Ueda non ha questo come obiettivo, non si pone come un nuovo e anonimo puzzle game ma come storia di fratellanza, rispetto, coesione e amicizia, un racconto che è destinato a lasciare il segno nel cuore… un po’ come accadde qualche anno fa con quei due protagonisti, un uomo cupo e una ragazzina, in un contesto e mondo decisamente diverso.

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COMMENTI
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Il Buono

  • Il legame tra il ragazzo e la bestia rende il gioco memorabile
  • Trico è magnifico. Punto.
  • Esteticamente molto bello

Il Cattivo

  • Tecnicamente datato
  • La telecamera è snervante
  • Frame rate non stabile (PS4 standard)
8

Scritto da: Max "OminoGiallo" Andreon

Giallo di nome ma non (più) di chioma, è un individuo atipico se confrontato ai suoi simili. Preferisce di gran lunga un joypad usurato ad una quattroruote super-sportiva. Una persona che ha bisogno dei suoi spazi intimi giornalieri con la console. La preferita? La giapponese, sia per il gaming che per il gentilsesso. Ringrazia N per averlo svezzato ludicamente, a pane e Mario-Tetris.

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