Lo ammetto, quando ho sentito parlare per la prima volta di I Am Jesus Christ, ho pensato a uno scherzo.
Un videogioco in cui impersoniamo Gesù Cristo? Con tanto di miracoli da compiere, personaggi da incontrare e missioni da completare?
Dopotutto, negli ultimi anni abbiamo visto simulatori dedicati praticamente a qualsiasi cosa. Abbiamo impersonato capre, gestito distributori di benzina, lavato marciapiedi con idropulitrici e passato ore a svolgere attività che nella vita reale probabilmente cercheremmo di evitare.
Ma un simulatore di Gesù Cristo mi mancava.
La cosa ancora più curiosa è che I Am Jesus Christ non è affatto una parodia. Non ci sono battute dissacranti, situazioni volutamente assurde o tentativi di prendere in giro la religione. Al contrario, il progetto nasce con l’intenzione di raccontare la vita di Gesù attraverso un’esperienza interattiva, cercando di rispettare gli episodi più conosciuti dei Vangeli.
Annunciato nel lontano 2019, il gioco ha attraversato uno sviluppo piuttosto lungo prima di arrivare finalmente su PC, il 2 aprile 2026, a pochi giorni dalla Pasqua.
E dopo aver approfondito quello che Space Boat Studios ha realizzato, devo ammettere che dietro un titolo capace di strappare inevitabilmente un sorriso si nasconde un esperimento più serio di quanto immaginassi.
Da un’idea improbabile a un gioco vero
Quando venne annunciato, I Am Jesus Christ attirò immediatamente l’attenzione per il suo concetto piuttosto insolito.
Non era difficile capire perché. Il titolo sembrava appartenere alla stessa categoria di quei simulatori che diventano virali soprattutto per la stranezza della loro premessa. La differenza è che, in questo caso, gli sviluppatori avevano intenzione di prendere molto sul serio l’argomento.
Il progetto è cambiato parecchio durante lo sviluppo. Nel corso degli anni sono arrivate nuove versioni dimostrative, modifiche al gameplay e persino una rielaborazione sostanziale di alcune parti, fino alla pubblicazione della versione definitiva.
Il risultato è un’avventura in prima persona che ci permette di ripercorrere la vita pubblica di Gesù, dal battesimo nel Giordano fino agli eventi della crocifissione e della resurrezione.
Non si tratta quindi di un mondo aperto nel quale possiamo decidere liberamente di diventare una figura religiosa e fare quello che vogliamo. La progressione segue una storia precisa, con episodi ispirati ai Vangeli, personaggi da incontrare e luoghi da esplorare.
Visitiamo ambientazioni come la Galilea e Gerusalemme, incontriamo i discepoli e partecipiamo a momenti che conosciamo attraverso libri, film e racconti.
Con una differenza piuttosto importante: questa volta non ci limitiamo a guardarli.
Li viviamo attraverso il controller, o meglio, mouse e tastiera.
Camminare sulle acque è facile. Almeno con un mouse.
Naturalmente, la parte che incuriosisce maggiormente è quella dedicata ai miracoli.
I Am Jesus Christ ne propone più di trenta, trasformando alcuni degli episodi più celebri della Bibbia in vere e proprie sequenze di gioco.
Possiamo camminare sulle acque, guarire persone malate, moltiplicare pani e pesci e compiere altri gesti legati alla vita di Gesù. Tutto attraverso meccaniche che combinano esplorazione, interazioni contestuali e minigiochi.
Ed è qui che il progetto diventa particolarmente strano, almeno per chi è abituato ai videogiochi tradizionali.
Di solito, quando un titolo ci consegna un potere speciale, la prima cosa che facciamo è cercare di capire come sfruttarlo. Se possiamo lanciare palle di fuoco, vogliamo scoprire quanti nemici riusciamo a eliminare. Se possiamo volare, cerchiamo immediatamente di raggiungere il punto più alto della mappa.
In I Am Jesus Christ, invece, i poteri non servono a diventare più forti o a sconfiggere avversari sempre più difficili.
Servono soprattutto ad aiutare le persone e a portare avanti il racconto.
Non aspettatevi quindi un sistema di combattimento elaborato o chissà quali possibilità di personalizzazione. Il gioco non vuole essere un action RPG ambientato nella Terra Santa, anche se l’idea di un albero delle abilità dedicato ai miracoli farebbe probabilmente sorridere più di qualcuno.
L’obiettivo è un altro: trasformare episodi conosciutissimi in qualcosa con cui possiamo interagire.
Una scelta curiosa, che funziona soprattutto quando le meccaniche riescono ad accompagnare il racconto senza complicarlo inutilmente.
Una Terra Santa da esplorare, ma senza aspettarsi Assassin’s Creed
Un altro elemento interessante è l’ambientazione.
Gli sviluppatori hanno cercato di ricostruire alcuni dei luoghi più importanti della vita di Gesù, permettendoci di attraversare villaggi, paesaggi desertici e ambientazioni ispirate alla Palestina del I secolo.
Non manca la possibilità di incontrare diversi personaggi e partecipare agli eventi che scandiscono la storia.
L’idea, almeno sulla carta, è affascinante.
Siamo abituati a esplorare città storiche attraverso Assassin’s Creed, a passeggiare tra le ricostruzioni dell’antico Egitto o ad attraversare le strade di Roma in epoche lontanissime dalla nostra.
Ma quante volte abbiamo avuto la possibilità di visitare una ricostruzione videoludica della Terra Santa seguendo gli episodi dei Vangeli?
Naturalmente, è importante ridimensionare le aspettative.
I Am Jesus Christ non possiede la ricchezza ambientale, la libertà o il livello produttivo dei grandi open world. Le ambientazioni sono funzionali alla storia e l’esplorazione rimane piuttosto semplice, senza una quantità enorme di attività da svolgere.
Anche alcune valutazioni internazionali hanno evidenziato ambienti poco popolati, animazioni non sempre convincenti e interazioni che avrebbero meritato maggiore attenzione.
Insomma, se pensavate di trovarvi davanti a un Assassin’s Creed ambientato ai tempi di Gesù, probabilmente rimarrete delusi.
Ma, a dire il vero, credo che nessuno si aspettasse davvero qualcosa del genere.
O almeno lo spero.

Il problema di trasformare i miracoli in missioni
C’è però un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi.
Quando pensiamo a un videogioco, siamo abituati a ragionare in termini di obiettivi. Dobbiamo raggiungere un luogo, recuperare qualcosa, parlare con un personaggio o superare una sfida per proseguire.
I Am Jesus Christ utilizza una struttura simile.
Il problema è che alcuni episodi dei Vangeli non sono particolarmente adatti a diventare semplici missioni.
Prendiamo la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nel racconto originale, l’episodio ha un significato che va ben oltre il gesto miracoloso. È una storia che parla di condivisione, fiducia e compassione.
In un videogioco, però, bisogna trovare qualcosa da far fare al giocatore.
E così un evento dal significato religioso molto profondo rischia inevitabilmente di trasformarsi in un’attività da completare per sbloccare la sequenza successiva.
Non credo sia necessariamente un errore.
Anzi, l’interattività potrebbe rappresentare un modo interessante per avvicinare qualcuno a storie che altrimenti non avrebbe mai approfondito.
Ma è anche il limite più evidente di un progetto del genere: non basta permetterci di compiere un miracolo per riuscire a trasmetterne il significato.
È un equilibrio difficile, soprattutto per uno studio indipendente che ha scelto di affrontare un argomento così particolare.
Un gioco che non vuole prendere in giro nessuno
La cosa che mi ha sorpreso maggiormente, approfondendo I Am Jesus Christ, è proprio il tono scelto dagli sviluppatori.
Sarebbe stato facilissimo trasformare un progetto simile in una parodia.
Del resto, il titolo si prestava benissimo a un’esperienza volutamente esagerata, magari costruita attorno a situazioni comiche e poteri utilizzati nei modi più improbabili.
Invece Space Boat Studios ha scelto una strada completamente diversa.
Il gioco cerca di mantenere un approccio rispettoso della storia che racconta, accompagnando il giocatore attraverso episodi della vita di Gesù e utilizzando anche momenti di preghiera e riferimenti agli insegnamenti religiosi.
C’è persino la tentazione nel deserto, con il confronto tra Gesù e Satana, uno degli episodi su cui gli sviluppatori hanno lavorato durante la revisione del progetto.
Ovviamente, questo non significa che il risultato riesca sempre a essere convincente.
Le animazioni, i dialoghi e la qualità generale della realizzazione non sono necessariamente all’altezza delle ambizioni. Alcune sequenze possono apparire rigide, mentre altre funzionano più come una rappresentazione interattiva che come un videogioco particolarmente profondo.
Eppure, trovo interessante che qualcuno abbia deciso di provarci seriamente.
Non per provocare o attirare polemiche, ma semplicemente perché riteneva che quella storia potesse essere raccontata anche attraverso un videogioco.
E alla fine, è piaciuto davvero?
Qui arriva forse la sorpresa più grande.
Nonostante la premessa improbabile e i limiti della produzione, I Am Jesus Christ ha ricevuto un’accoglienza positiva da parte di molti giocatori su Steam.
Al momento della verifica, la piattaforma mostra oltre 1.500 recensioni degli utenti, con circa l’87% di valutazioni favorevoli.
Un risultato che personalmente non avrei dato per scontato per un progetto del genere.
Questo non significa che ci troviamo davanti a un capolavoro, naturalmente. La critica internazionale è stata decisamente più divisa, con valutazioni che riconoscono l’originalità dell’idea ma sottolineano anche problemi tecnici, meccaniche poco approfondite e una realizzazione non sempre convincente.
La recensione di Gaming.net, per esempio, ha assegnato un 6,5 al gioco, evidenziando proprio la distanza tra la particolarità del progetto e la qualità effettiva del gameplay.
La sensazione è che I Am Jesus Christ sia riuscito a trovare un pubblico interessato soprattutto a ciò che vuole raccontare, più che alla profondità delle sue meccaniche.
C’è chi può essere incuriosito dal tema religioso, chi vuole semplicemente vedere come sia stato possibile trasformare i Vangeli in un videogioco e chi magari lo acquista proprio perché non ha mai visto niente di simile.
E in fondo credo sia anche questo uno degli aspetti più belli dei videogiochi indipendenti.
Non tutti devono necessariamente proporre combattimenti spettacolari, mappe gigantesche o storie piene di colpi di scena.
Qualche volta basta un’idea che nessun altro aveva avuto il coraggio, o forse la voglia, di realizzare.

Non sarà il videogioco dell’anno, ma difficilmente lo dimenticheremo
Non credo che I Am Jesus Christ cambierà il modo in cui vengono realizzati i videogiochi.
Non sembra avere le meccaniche, la profondità o la qualità tecnica necessarie per diventare un punto di riferimento del settore. E sarebbe ingiusto valutarlo come se si trattasse di una grande produzione.
Ma è anche uno di quei progetti che, nel bene e nel male, riescono a farsi ricordare.
A distanza di anni dal suo primo annuncio, l’idea di un videogioco in cui possiamo impersonare Gesù Cristo continua a sembrarmi incredibilmente insolita. E il fatto che qualcuno abbia deciso di portarla fino in fondo, senza trasformarla in una barzelletta, merita almeno un po’ di curiosità.
Forse è proprio questo il modo migliore per avvicinarsi a I Am Jesus Christ.
Non aspettandosi un capolavoro, né cercando chissà quale rivoluzione del gameplay. Ma prendendolo per quello che è: un esperimento indipendente, imperfetto, con una premessa che difficilmente passa inosservata.
E devo dire che, dopo aver visto simulatori dedicati a capre, supermercati, aspirapolvere e praticamente qualsiasi altra attività immaginabile, pensavo davvero di averle viste tutte.
Evidentemente mi sbagliavo.
Perché nel 2026 possiamo anche impersonare Gesù Cristo, camminare sulle acque e moltiplicare pani e pesci.
E no, per una volta non è nemmeno uno scherzo.
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