Il rapporto della saga di Death Stranding con il mondo videoludico è sempre stato altamente divisivo e controverso. Sin dalla pubblicazione del primo capitolo nel 2019, l’opera videoludica firmata Hideo Kojima è stata tanto apprezzata dalla critica quanto criticata dalla community videoludica, che ha sempre recriminato un gameplay ripetitivo e poco devoto all’intrattenimento, scherzosamente definito “Bartolini Simulator”, mentre i più ne hanno esaltato comunque il lato registico. Infatti, forse per la prima volta nella storia videoludica sono stati utilizzati attori e registi di fama internazionale in un numero molto corposo, come se il concept fosse quello di un interactive movie game. E, quindi, qual è stata la vera forza di Death Stranding?

La forza di Death Stranding è stata una colonna sonora sublime, che convergeva perfettamente in un’atmosfera altamente ispirata alle terre di fuoco e ghiaccio dell’Islanda e che esprimevano lo stato d’animo del protagonista colmo di solitudine, sacrificio, patriottismo, ma anche desiderio di paternità e anestesia emotiva. Tuttavia è il senso del dovere del protagonista, Sam Porter Bridges, a prevalere, e il peso sulle spalle dei carichi che trasporta, come Atlante, può essere vista come una metafora perfetta del suo viaggio, oltre che un omaggio ai Bokka, leggendari corrieri giapponesi. Ma il cammino lineare della missione di Sam viene spezzato dal rapporto con un BB o Bridge Babies, ovvero un feto nato da madre esanime, chiamato Lou, che connette il mondo dei vivi con quello dei morti, e che porterà il protagonista a sprofondare in una crisi emotiva che lo condurrà a sparire dal mondo per vivere una vita normale.

Valutando il titolo da un punto di vista tecnico, il primo Death Stranding è stato il canto del cigno della scorsa generazione, mostrando una delle migliori grafiche per l’epoca, una meravigliosa colonna sonora pregiata dal contributo dei Low Roar, un’ottima regia e, nonostante le carenze nella varietà del gameplay, l’esistenza di una parte di loot, combattimenti e fasi stealth che mostravano grandi qualità. Infine, altra profonda critica è stata la non linearità e complessità della trama, che diventava leggermente nitida solo nelle battute finali. Ma supponendo che questi siano stati i veri limiti di Death Stranding, in una recente intervista l’autore Hideo Kojima ha dichiarato che sarebbe una vittoria anche solo raggiungere quattro videogiocatori su dieci, decidendo cosi di porsi questa etichetta e auto-relegarsi a una nicchia videoludica, non curandosi di premiazioni ed elogi da parte della critica.

E arriviamo, quindi, a Death Stranding 2: On The Beach. La prima domanda che ci siamo posti è: aveva senso produrre un sequel di Death Stranding? La risposta è ni, perché se è vero che la storia di Death Stranding è abbastanza autoconclusiva, è anche vero che forse l’eccessiva autoreferenzialità di Kojima, unita alla voglia di strafare e all’utilizzo del medium in maniera così autorevole come mai prima d’ora, ha generato una trama tanto complessa quanto confusionaria o comunque di difficile comprensione. Pertanto il vero obiettivo del sequel avrebbe dovuto essere quello di migliorare i due grandi difetti del primo titolo, ovvero gameplay e linearità della storia.

Death Stranding 2: On The Beach, rispetto al primo titolo mostra sicuramente un gameplay più che migliorato, molto più vario e, soprattutto, fluido. Sono stati aggiunti oggetti consumabili, è migliorata l’intelligenza dei nemici, sono migliorate le boss fight ed è migliorata anche l’atmosfera del titolo in generale, seppur la fotografia del primo capitolo risulta leggermente più ispirata, ma è un limite dato dall’ambientazione tra il Messico e l’Australia che, inevitabilmente, hanno molto più limiti paesaggistici. Quindi da un punto di vista tecnico l’opera videoludica è migliorata. Dal lato registico, la linearità delle sequenze è rispettata, nel senso che se il primo evocava nel fruitore una sorta di smarrimento tra un evento e l’altro, nel sequel la sceneggiatura e i tempi registici permettono di comprendere a pieno tutte le emozioni e le situazioni che Kojima ha in mente, culminando in un finale probabilmente tra i migliori della storia videoludica da un punto di vista registico. Dunque, il sequel ha avuto anche una miglioria nella sceneggiatura e regia. Senza contare che la prematura scomparsa di Ryan Karazija, frontman dei Low Roar, è stata brillantemente colmata dal compositore Bryce Dessner e dal cantautore Woodkid.

Quindi, la domanda che ci siamo posti è: perché Death Stranding 2: On The Beach non ha vinto il Game of the Year se si è migliorato in tutti gli aspetti rispetto? Purtroppo l’opera ha avuto la sfortuna di essere pubblicata in un anno solare in cui Clair Oscure: Expedition 33 ha messo d’accordo tutti, critica e videogiocatori, portando una ventata di novità nell’industria e dando uno schiaffo alle grandi produzioni che hanno interesse solo nel fatturato e poco nella qualità delle opere. Death Straining 2 non è stato tanto considerato e apprezzato, perché probabilmente è un’opera la cui grandezza sarà compresa col tempo, destinata a diventare un cult, come accaduto a film come Blade Runner o ad altri giochi rivalutati negli anni. Ma, caro Hideo, sappi che, tuttavia, sei riuscito a trovare uno dei quattro videogiocatori su dieci.

