The Last of Us Parte II: una storia di perdono che mi ha cambiato

The Last of Us Parte II è una storia di vendetta, dolore e perdono. Un viaggio attraverso Ellie, Joel e Abby e ciò che il gioco mi ha lasciato negli anni.

Avrei voluto scrivere questo articolo sei anni fa.

Avrei voluto farlo subito dopo aver finito The Last of Us Parte II, quando avevo ancora addosso tutte le sensazioni di quella storia, quando certe scene erano ancora fresche e quando avevo la testa piena di pensieri che non riuscivo nemmeno a mettere davvero in ordine. Avrei voluto sedermi davanti alla tastiera e raccontare tutto quello che avevo provato; come al solito, avevo iniziato a pensare all’articolo mentre facevo tutt’altro, in momenti a caso della giornata, ma probabilmente ne sarebbe venuto fuori qualcosa di confuso, un flusso di coscienza ininterrotto sulle sensazioni che il gioco, quella storia e quei personaggi mi avevano fatto provare.

Ho rimandato la scrittura di questo pezzo tante volte, ma l’Outbreak Day appena trascorso, il 26 settembre, il giorno in cui si celebra l’opera di Naughty Dog, mi ha fatto tornare la voglia di scrivere.

 

The Last of Us mi aveva lasciato una di quelle sensazioni che un videogioco riesce a darti pochissime volte. Forse aveva iniziato a farlo ancora prima che me ne rendessi conto, nei primissimi minuti, quando ancora non sapevo praticamente nulla di Joel e Sarah e già mi ero ritrovato completamente coinvolto in quella storia. La morte di Sarah arriva così, quasi senza lasciarti il tempo di prepararti, e da quel momento capisci che non stai giocando qualcosa che vuole semplicemente intrattenerti.

Avevo amato Joel, avevo amato Ellie e soprattutto avevo amato quel finale, così semplice e così terribilmente efficace. “Giuramelo.” Joel che giura. “Ok.”. Schermo nero, la musica che parte e tu lì, a fissare lo schermo, commosso, con la sensazione che non servisse aggiungere altro a quella bugia. Nessuna spiegazione, nessuna scena aggiuntiva, niente che potesse rovinare quel momento.

Io ero perfettamente soddisfatto così. (A proposito, ho recensito The Last of Us Parte I Remake. Trovate la recensione QUI).

Per questo The Last of Us Parte II mi incuriosiva, ma allo stesso tempo mi faceva quasi paura. Perché tornare da Joel ed Ellie significava riaprire una storia che, per me, aveva trovato una conclusione quasi perfetta. E non potevo ancora sapere quanto quella conclusione, invece di essere la fine, sarebbe diventata il punto di partenza di qualcosa che ancora oggi mi porto dentro.

The Last of Us Parte II l’ho giocato all’uscita, nel 2020, e da allora mi è capitato più volte di tornarci con la mente. Non necessariamente perché senta il bisogno di rigiocarlo o di rimettermi a discutere per l’ennesima volta delle sue scelte narrative, o ancora di quanto il suo gameplay sia migliorato esponenzialmente rispetto a quello del primo capitolo, ma perché ogni tanto qualcosa me lo fa riaffiorare. Una canzone, una scena, una frase, un’immagine. All’improvviso mi ritrovo ancora una volta a pensare a Ellie, a Joel, ad Abby e a tutto quello che ho vissuto durante quelle interminabili ore.

Sono passati anni, eppure quel gioco non se n’è mai andato davvero.

Per questo, alla fine, ho deciso di scrivere questo articolo adesso. Con molto più distacco di quello che avevo nel 2020, ma anche con la consapevolezza che alcune emozioni non sono cambiate affatto. Anzi, forse con il tempo sono diventate ancora più chiare.

Perché più ci penso e più mi convinco che The Last of Us Parte II mi abbia cambiato.

Non nel senso che un videogioco possa improvvisamente trasformare una persona, ma nel modo in cui alcune storie riescono a modificare, anche solo un po’, il modo in cui guardiamo quello che ci circonda. Mi ha cambiato nel modo in cui giudico un personaggio, nel modo in cui provo a comprendere una situazione e soprattutto nel modo in cui considero il confine tra odio, dolore e perdono.

Perché The Last of Us Parte II sembra raccontare una storia di vendetta. In realtà, per me, è una storia di perdono.

“If I ever were to lose you
I’d surely lose myself”

La musica, in The Last of Us, ha sempre avuto un’importanza enorme, ma in Parte II credo raggiunga qualcosa di ancora più potente. Non è soltanto una colonna sonora che accompagna quello che succede sullo schermo: diventa memoria, diventa legame, diventa il modo attraverso il quale i personaggi riescono a esprimere emozioni che spesso non riescono nemmeno a pronunciare. In questo senso, Future Days è probabilmente uno degli elementi più importanti dell’intera esperienza: quella canzone non rimane confinata a una singola scena. Torna, cambia significato, si lega a Joel, a Ellie, ai ricordi e a tutto ciò che è stato perso lungo il cammino.

C’è qualcosa di incredibilmente bello nel modo in cui Naughty Dog utilizza la musica perché, mentre stai giocando, magari non ti rendi nemmeno conto di quanto certe canzoni stiano diventando parte della storia. Quando penso a Future Days, penso immediatamente a Joel. A quella chitarra, a quella voce, a quel momento nel quale sta cercando di condividere qualcosa con Ellie che va oltre le semplici parole. È una canzone che parla di un legame, della paura di perdere qualcuno e del significato che quella persona finisce per assumere nella nostra vita. Ed è quasi impossibile ascoltarla oggi senza pensare a come quel rapporto cambierà nel corso del gioco.

If I ever were to lose you / I’d surely lose myself.

È difficile trovare una frase capace di descrivere meglio quello che accade a Ellie.

Perché quando Joel muore, Ellie non perde soltanto una persona importante. Perde una parte di se stessa. E noi lo capiamo subito, perché il gioco ci porta dentro il suo dolore e ci fa vivere quella perdita non come spettatori, ma quasi come partecipanti.

“Everything I have found dear
I’ve not found by myself”

Quando ho iniziato The Last of Us Parte II, ero convinto di sapere perfettamente da che parte stare. Avevo giocato il primo capitolo, avevo vissuto il rapporto tra Joel ed Ellie e avevo sviluppato nei confronti di quei personaggi un legame che andava ben oltre la semplice simpatia verso dei protagonisti. Joel ed il suo essere protettivo, Ellie con il suo orrendo ed al contempo adorabile senso dell’umorismo, e io volevo tornare da loro. Volevo continuare quella storia, ritrovare quelle emozioni e capire cosa sarebbe successo dopo.

Poi Joel muore.

Non è soltanto il fatto che muoia. È il modo in cui succede, è la brutalità della situazione, è il modo in cui il gioco ti lascia lì a fare i conti con un’assenza che, da quel momento, pesa su ogni cosa. Ti ritrovi nella stessa condizione di Ellie e, quasi senza rendertene conto, inizi a desiderare esattamente quello che desidera lei. Vuoi trovare Abby. Vuoi sapere dove si nasconde. Vuoi che paghi.

È a questo punto che il gioco comincia davvero a giocare con noi. Perché all’inizio non vuoi impersonare Abby. Io non volevo farlo. Quando il gioco mi ha costretto a lasciarmi alle spalle Ellie e a prendere il controllo di Abby, la sensazione è stata quasi di rifiuto. Non volevo sapere nulla di lei. Non mi interessavano le sue motivazioni. Non volevo entrare nella sua testa, perché nella mia testa Abby era semplicemente la persona che aveva ucciso Joel. Fine della storia. E invece Naughty Dog mi ha costretto a fare esattamente la cosa che non volevo fare: conoscerla.

A poco a poco, quella barriera ha iniziato a sgretolarsi. Ho visto Abby vivere i suoi rapporti, le sue paure, le sue fragilità, i suoi dubbi e i suoi momenti di umanità. Ho capito che, per quanto inizialmente non volessi accettarlo, lei non era soltanto il mostro che avevo costruito nella mia testa. Era una persona. E, soprattutto, aveva una storia. Esattamente come Ellie.

Ed è qui che il gioco mette in scena un altro dei suoi momenti più belli, quello che magari sul momento vivi semplicemente come un ricordo felice e che invece, quando conosci già la fine della storia, acquista un peso completamente diverso: il flashback del museo.

Vedere Ellie e Joel insieme, in mezzo ai dinosauri, osservare la meraviglia di Ellie bambina davanti a tutto quello che sta scoprendo e poi accompagnarla dentro quella navicella spaziale è uno dei pochi momenti nei quali il mondo di The Last of Us sembra quasi sparire. Per qualche minuto non ci sono la violenza, la vendetta, la morte e tutto il peso di quello che sappiamo essere successo. Ci sono soltanto Joel ed Ellie, un padre e una figlia acquisita che condividono qualcosa di semplice e bellissimo.

Il momento dell’astronauta, invece, è quello che mi colpisce maggiormente. Ellie guarda il cielo, entra nella capsula e per qualche istante è semplicemente felice. Joel la osserva e, attraverso il suo sguardo, capiamo quanto tenga davvero a lei. È una scena che forse nel 2020 ho vissuto soltanto come una delle parentesi più belle del gioco, ma che con il passare degli anni ho iniziato a percepire in modo diverso. Sapere tutto quello che succederà dopo rende quei minuti quasi dolorosi da rivedere. Perché è uno dei ricordi più belli che Ellie ha di Joel. E noi sappiamo già che quei ricordi saranno tutto ciò che le rimarrà.

È questo che mi colpisce della scrittura di The Last of Us Parte II: continua a prendere momenti apparentemente piccoli e a trasformarli, con il tempo, in qualcosa di enorme. A questo punto entra in gioco anche Take On Me.

Quella scena nel negozio di musica è uno dei pochissimi momenti nei quali sembra di poter tirare il fiato, di poter mettere per un attimo da parte la brutalità di tutto quello che sta accadendo e vedere Ellie semplicemente essere Ellie. Dina è lì con lei, la musica riempie la stanza e per qualche minuto non esistono vendetta, morte, Abby o Joel. Esiste soltanto una canzone, una chitarra e due persone che, per un breve momento, riescono quasi a dimenticare tutto il resto. È una scena dolcissima proprio perché sai che non durerà. E forse è proprio questo a renderla così importante.

Take On Me non è soltanto un momento romantico o una bella scena musicale. È un frammento di vita normale che il gioco concede a Ellie prima di riprenderselo. È la dimostrazione di quello che potrebbe avere, della persona che potrebbe essere, della possibilità di vivere e non soltanto di sopravvivere. Quando ripenso a The Last of Us Parte II, quella scena mi torna spesso in mente proprio per questo: perché contiene tutto ciò che Ellie rischia di perdere continuando sulla strada della vendetta. E la cosa incredibile è che, nel momento in cui la vivi, non puoi ancora sapere quanto peserà più avanti.

“Try and sometimes you’ll succeed
To make this man of me”

Nel frattempo, il gioco mette in scena un’altra delle sue magie: continua a mostrarci una Ellie che, nonostante tutto, è ancora capace di provare felicità, ma ci costringe anche a guardare dall’altra parte. Per Ellie, Abby è la persona che le ha portato via Joel. Per Abby, Joel è l’uomo che le ha portato via suo padre. Entrambe hanno una storia. Entrambe hanno qualcuno che amano. Entrambe soffrono. Entrambe continuano a combattere perché fermarsi significherebbe affrontare tutto quello che hanno perso. Il problema è che, quando sei dalla parte di Ellie, non vuoi conoscere Abby. Vuoi odiarla. Vuoi che sia soltanto il mostro che ti sei costruito nella testa, perché in questo modo tutto è più semplice. Se Abby è soltanto un mostro, ucciderla diventa semplice. Se invece diventa una persona, con le sue motivazioni e il suo dolore, allora tutto si complica.

È esattamente questo che Naughty Dog vuole. Il gioco non ti chiede di perdonarla. Ti chiede di comprenderla. E più la osservi, più diventa difficile considerarla soltanto un’antagonista. Comprendere non significa giustificare quello che ha fatto, ma significa smettere di pensare che la storia sia composta da una sola versione dei fatti. È uno dei motivi per cui il passaggio ad Abby funziona così bene, almeno dal punto di vista di ciò che il gioco vuole farti provare. All’inizio vorresti quasi posare il pad, perché non vuoi stare dalla sua parte. Poi, lentamente, qualcosa cambia. Inizi a capire chi è, cosa ha perso e cosa la ha portata fino a quel punto. E quando torni a Ellie, non puoi più guardarla esattamente nello stesso modo. La vendetta che sembrava così semplice all’inizio comincia a diventare qualcosa di molto più complicato.

La chitarra è probabilmente il simbolo più importante di tutto il rapporto tra Joel ed Ellie. È il modo attraverso il quale Joel le trasmette qualcosa di sé. È legata a Future Days, è legata ai loro ricordi ed è, in un certo senso, un oggetto che permette a Ellie di mantenere vivo quel legame anche dopo la sua morte.

Ma c’è una cosa che rende ancora più importante quel rapporto tra Joel, Ellie e la chitarra, ed è il fatto che proprio quella chitarra finirà per accompagnare il momento in cui Ellie sarà costretta a fare i conti con ciò che ha perso. Alla fine del gioco, quando torna alla fattoria e prova a suonarla, non riesce più a farlo come prima. Ha perso due dita della mano sinistra e quelle note, quelle stesse note che erano state il tramite attraverso il quale aveva imparato a condividere qualcosa con Joel, non possono più essere suonate nello stesso modo.

È un dettaglio apparentemente piccolo, ma per me ha un peso enorme. Perché Ellie non ha perso soltanto Joel. Ha perso la possibilità di conservare quel ricordo esattamente come era. Persino il gesto con cui cercava di tenerlo con sé è ormai cambiato. La chitarra rimane lì, nelle sue mani, ma il legame con il passato non può più essere identico.

“All my stolen missing parts
I’ve no need for anymore”

E poi arriviamo alla spiaggia. Quando finalmente arriva lo scontro tra Ellie e Abby, io non volevo più combattere. A quel punto avevo passato decine di ore a conoscere entrambi i personaggi, avevo visto quanto dolore avessero provocato l’una nell’altra, avevo assistito alle conseguenze di ogni scelta e avevo ormai compreso perfettamente che non ci sarebbe stato un vero vincitore. Quando il gioco mi mette di fronte Abby e mi dice, in sostanza, che devo continuare a premere i pulsanti, una parte di me avrebbe voluto posare il pad.

Avrei voluto dire basta, perché ormai non volevo più vedere Abby morire e non volevo più vedere Ellie distruggersi. Ma il gioco non si ferma e, proprio come Ellie, sono costretto ad andare avanti. È una sensazione stranissima, quasi fastidiosa, perché non sto più giocando per ottenere ciò che desideravo all’inizio: sto giocando perché il gioco non mi permette di fermarmi.

A quel punto succede qualcosa che, ancora oggi, è probabilmente il momento che più mi commuove di tutta l’esperienza. Ellie ha Abby davanti. La sta annegando. È il momento che abbiamo inseguito per tutto il gioco, il momento in cui dovrebbe finalmente compiersi quella vendetta che sembrava essere il suo unico scopo.

E invece Ellie vede Joel. Non vede l’uomo che è stato ucciso. Non vede il sangue. Non vede il momento della sua morte. Ricorda Joel seduto sulla veranda, con la chitarra, e soprattutto ricorda il suo sorriso.

È un’immagine completamente diversa da quelle che hanno alimentato la sua rabbia per tutto quel tempo. È proprio in quel momento che, secondo me, la storia compie il suo gesto più importante: nel momento in cui Ellie potrebbe finalmente vendicarsi, ciò che le torna davanti agli occhi non è l’immagine dell’uomo che vuole vendicare, ma quella della persona che ha amato.

A quel punto capisci che la sua vendetta, in realtà, non è mai stata soltanto contro Abby. Era contro il dolore. Contro il senso di colpa. Contro tutto ciò che non era riuscita a dire a Joel.

Per capire davvero quel momento bisogna tornare all’ultima conversazione tra Ellie e Joel, quella sera sulla veranda. Ellie gli dice di non essere sicura di poterlo perdonare per quello che ha fatto, ma aggiunge qualcosa di molto più importante: vuole provare.

“I don’t think I can ever forgive you for that. But I would like to try.”

E Joel risponde:

“I’d like that.”

Quello è l’ultimo momento che Ellie vive con lui. Il giorno dopo Joel muore.

Trovo questa cosa particolarmente dolorosa, perché Ellie aveva finalmente trovato la forza di ammettere che forse, un giorno, avrebbe potuto perdonarlo. Non ci era ancora riuscita, ma aveva deciso di provarci. E quella possibilità le viene portata via quasi immediatamente.

Per questo credo che il ricordo di Joel che sorride sulla spiaggia sia così importante. Nel momento decisivo, Ellie non si aggrappa alla rabbia che l’ha condotta fino lì. Si aggrappa proprio a quella possibilità di perdono che aveva iniziato a concedere a Joel.

Alla fine, lascia andare Abby. Non perché tutto sia perdonato, non perché ciò che è successo possa essere cancellato e nemmeno perché il dolore sia improvvisamente scomparso. La lascia andare perché continuare significa soltanto distruggere un’altra parte di sé. E forse, per la prima volta, Ellie riesce a capire che smettere di combattere non significa arrendersi. Significa scegliere di vivere.

A quel punto, per me, The Last of Us Parte II smette definitivamente di essere una storia di vendetta. Diventa una storia di perdono.

Non il perdono facile, quello che arriva con una stretta di mano e la promessa che da quel momento andrà tutto bene. Parlo di quel tipo di perdono che nasce quando capisci che continuare a odiare qualcuno non ti restituirà ciò che hai perso, non cambierà il passato e non farà sparire il dolore. Il perdono, in questo caso, non serve soltanto a lasciare andare Abby. Serve soprattutto a lasciare andare Ellie.

Forse è proprio per questo che la scena della chitarra, ancora oggi, mi rimane così impressa. Ellie torna alla fattoria, ma quella casa non sembra più casa. Joel non c’è più. Dina non c’è più. E quella chitarra che rappresentava così tanto per lei, che rappresentava anche il suo rapporto con Joel, ormai è diventata qualcosa che non riesce più a suonare nello stesso modo. È una perdita concreta, visibile, quasi tangibile. Ma allo stesso tempo, quando Ellie appoggia la chitarra e si allontana, c’è qualcosa che riesco a leggere in quel gesto che va oltre la tristezza. Per la prima volta sembra che non stia cercando di tornare indietro. Non sta cercando di recuperare Joel, né di sistemare ciò che non può più essere sistemato. Sta accettando che quel capitolo della sua vita, per quanto doloroso, debba finire. E forse è proprio per questo che riesce finalmente ad andare avanti. Non felice. Non serena. Libera.

“I believe
And I believe ‘cause I can see
Our future days
Days of you and me”

Probabilmente è questa la cosa che più mi ha lasciato The Last of Us Parte II.

Quando penso a quel finale, oggi, non penso più soltanto alla morte di Joel, alla rabbia di Ellie o alla scelta di lasciare andare Abby. Penso a tutto quello che c’è stato in mezzo e a quanto sia cambiato il significato di certe scene con il passare del tempo. Penso a Take On Me, che all’inizio sembrava semplicemente un momento bellissimo e che oggi percepisco come uno degli ultimi lampi di normalità nella vita di Ellie. Penso a Future Days, che continua a essere indissolubilmente legata a Joel. Penso alla chitarra e a quelle dita che non ci sono più. Soprattutto, penso a quel sorriso sulla veranda che riappare sulla spiaggia proprio nel momento in cui Ellie deve scegliere cosa fare del resto della propria vita.

Forse è proprio questo il motivo per cui ho aspettato così tanto prima di scrivere queste righe.

Nel 2020 avrei probabilmente scritto soltanto di quanto mi avesse emozionato, di quanto mi avesse fatto arrabbiare o di quanto alcune sue scelte mi avessero spiazzato. Oggi, invece, mi interessa soprattutto quello che è rimasto dopo.

Perché un videogioco può essere bellissimo, può essere memorabile, può essere tecnicamente straordinario, ma credo che ci sia un livello ulteriore quando, anni dopo averlo finito, ti accorgi che ogni tanto continui a pensarci.

The Last of Us Parte II è esattamente questo per me.

Non è soltanto un gioco che ho amato.

Non è soltanto una storia che mi ha emozionato.

È una storia che, in qualche modo, continua a vivere dentro di me.

Forse è questa la cosa più bella che un videogioco possa lasciarti. Qualcosa che, anche a distanza di anni, sia in grado di farti fermare a riflettere.

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