SMELLS LIKE TEEN SPIRIT
Voglio bene a questo Dust nella misura in cui si può voler bene ad un prodotto digitale che, come ormai sappiamo, si dimostra foriero di una cultura da noi amabilmente definita “videoludica”. Dust si mostra come alta espressione di quest’ultima ed è impossibile non ravvisare in esso, al di là della somma delle sue parti, una sorta di filo rosso che leghi il gioco in questione a tutta una serie di sensazioni che definire “belle” sarebbe limitante, ma che al contempo non potrei descrivere altrimenti se non in un: tornare adolescenti di fronte al vasto potere immaginifico di PSX. Vorrei mettermi inoltre in gioco in prima persona facendo ricorso allo splendido trailer di cui il gioco è provvisto: uno dei più belli di questa generazione e la cui visione, in prima istanza, mi ha letteralmente fatto fiondare all’acquisto per piattaforma Steam (il gioco è già disponibile da un annetto circa per piattaforma Xbox Live Arcade, mentre rappresenta una novità degli ultimi giorni per tutta l’utenza pc, nonchè mia bieca scusa per parlarvene e, letteralmente, consigliarvene l’acquisto).
Bello eh? Davvero tanto, capace di scaricarti addosso una valanga di adrenalina, sopratutto grazie al montaggio di diverse scene di dialogo piuttosto enfatiche, come quella sul finire della visione. Ma non solo: se osservate bene, e fate mente locale con il vostro trapassato remoto di videogiocatori, come me noterete con affetto il protagonista, una sorta di coniglio-samurai. Il suo nome è Dust, protagonista di questa perlina magica, e la sua caratterizzazione, tanto estetica (forma conigliesca, con quel cappello orientale la cui tesa larga è volta a mascherare lo sguardo) quanto psicologica (tono di voce ombroso, animo contrastato), ricorda da vicino, molto vicino, un mio caro vecchio amico d’infanzia: il coniglio-samurai Usagi Yojimbo!
Usagi sarebbe contento di questo “Dust: an elysian tail”, titolo che io personalmente vedo come suo erede quasi “morale”. Ed è una di quelle associazioni che sì, potresti davvero sminuire perchè si tratta comunque di “giochini”, ma che credetemi riescono davvero a strappare un sorriso. Adoro questo nuovo titolo quasi quanto ho amato il caro vecchio Usagi per Commodore 64.
Non pensate ad un gioco che voglia reinventare la ruota, perchè questa gira da sempre e da sempre ci fa divertire: solo è un po’ che il suo incedere risulta vuoto e noi, con i nostri sogni videoludici, forse anche di riflesso un po’ “svuotati”. Dust si limita a riprendere certi temi, come quello action-rpg condito con un pizzico di Metroidvania, e riportarli in auge con una fluidità ed una semplicità d’esecuzione che impressiona. E’, per farvi capire, come un assolo di chitarra di Slash, ma senza alle spalle tutta la macchina dei Guns ‘n’ Roses: una melodia che si svuota di tutto il virtuosismo e lo fa uscendone splendida nella sua semplicità. Le cose più belle sono infatti della più devastante semplicità e di loro diciamo sempre che non hanno niente da dimostrare: come scrigni, rappresentano un insieme di emozioni di difficile identificazione. Senza di esse, però, non ci renderemmo conto che in noi c’è tutto un mondo sotteraneo che proprio non vuole saperne di uscire in situazioni “normali”.
Il tessuto narrativo è la corretta trasposizione della forma narrativa più semplice, quella della fiaba e riprende i temi della stessa come da sempre hanno fatto le produzioni filmiche (Star Wars…) e videoludiche (Zelda etc…) cui siamo maggiormente affezionati. Non c’è bisogno di leggersi il saggio “L’eroe dai mille volti” di Campbell per capire quanto certe strutture fiabesche o legate alla narrazione orale abbiano da sempre una struttura molto semplice che ama ripetersi, nonchè vicina alla nostra pelle “ancestrale”. Anche il nostro videogame ha il suo eroe cast-away: lontano dai suoi amici, così come separato dalle sue credenze, pensieri ed, in ultima istanza, da se stesso da un’amnesia oscura ed improvvisa. Peregrinando in una oscura foresta, egli viene in contatto con una spada magica parlante ed il suo custode: una sorta di grazioso gattino parlante di nome Fidget.
Fidget, la spalla dell’eroe. Come tutte le spalle eroiche è un essere magico dotato di poca forza fisica, compensata però da un coraggio mosso a tal punto verso il bene da risultare il più delle volte teneramente impulsivo.
Con il passare del tempo e delle avventure che il gruppo intraprende, Dust cominica a rendersi conto della sua natura, quella che, di tutti gli eroi, ne muove le gesta: a metà tra il bene ed il male o, per essere in tema, sul filo di una lama che, per fare il bene, spezza ed al contempo protegge. Le due anime del protagonista ed i suoi contrasti interni divengono lo spartiacque di una guerra tra fazioni, cosa che non manca di rientrare nei più collaudati canoni promossi da precedenti illustri quali Pocahontas o Avatar. Il finale è tragico, come quello di tutte le guerre che, al di là di una semplice parola, “vittoria”, lasciano il terreno lastricato di rimpianti e rimorsi pronti a riecheggiare o sopirsi con il duro lavoro dei supersititi nelle epoche a seguire. Ma al contempo, il finale lascia anche “un buon sapore in bocca”, un mezzo sorriso a denti stretti ed un pensiero leggero leggero, molto poco molesto: “non mi ricordavo come ci si sentisse così da tanto tempo, ormai”. La struttura narrativa semplice, financhè ingenua a volte, la si può scusare o, perchè no, esaltare alla luce di tutto ciò che rende grandi certe storie: i loro personaggi. Abbiamo una caratterizzazione estetica eccelsa -un misto Disney/Rayman che dall’impasto trova tutta la sua autonoma originalità- nonchè un doppiaggio all’altezza di situazioni e dialoghi intermedi che, come da tradizione di ogni narrazione “semplice”, risultano maggiormente edificanti ed entusiasmanti rispetto alla storia nel suo complesso.
La conduzione artistica non sembra scaturire dal panorama indie: così come i personaggi, anche gli ambienti sono disegnati su tela da una mano di disegnatore abile e sognatore. Il quadro, poi, è bello anche in movimento, complici animazioni ben fatte, oltre che fluidissime. Succede anche una cosa un po’ strana: la troppa bellezza ambientale a volte stona un po’-in senso positivo- con l’asset da Metroidvania a prescriverne l’esplorazione tramite rottura di pareti etc… e questo perchè da tempo immemore siamo abituati a considerare le cose belle come non interattive. Residuo di un gaming misto 3d, misto sfondi precalcolati, di diverse splendide vite fa. Le musiche, infine, danzano con tutto il resto: riescono a spiccare in bellezza, ma al contempo non emergere troppo rispetto al tutto, cosa che diresti di qualunque comparto sonoro degno di questo nome.
Ci sono diversi scrigni nascosti nel gioco. Alcuni, come questo, tengono prigioniero un eroe indie. Chi sarà mai quella fetta di carne rossa lì?!?
Il fatto di essere un prodotto quasi praticamente realizzato da un solo uomo si fa però sentire nella poca profondità del gameplay. Dust è semplice, anzi semplicistico, al limite dell’infantile, annessi positivi e connessi negativi inclusi. A meno che non impostiate la difficoltà al massimo, infatti, siamo ben lontani dalle fatiche sovrannaturali di un Alucard smadonnatore solitario in un castello di fiere ed aggressive bestie feroci. Nonostante la componente rpgistica infoltisca le cose con equipaggiamento da scoprire-creare ed un canonico level system atto ad aumentare le più comuni caratteristiche quali difesa, forza, magia etc… l’azione nei combattimenti è legata ad una piccola manciata di combo, sempre quelle. Ciò non è aberrante, ma io direi fisiologico: non puoi tu indie riporre l’accento su un certo genere ed al contempo tentare di renderlo più profondo, perchè questa dovrebbe essere la sfida “suggerita al” e “colta dal” mainstream (hai sentito caxxo mosxio di mainstream? Tira fuori i coj… ehm, i cosidetti!).
Le boss-fight seguono la politica della poca sfida. Scordatevi tattiche e ricerche disperate di pattern: si sopravvive con molto meno.
Inoltre, nel caso doveste leggere altre recensioni, diffidate dall’etichetta metroidvania: Dust ripropone infatti una versione di questo genere fortemente edulcorata. Siamo infatti sullo stesso pianale di Darksiders, piuttosto che di Soul Reaver o, se preferite andare taaanto indietro, Castlevania Symphony of the night e Super Metroid. Pertanto, proprio come in Darksiders, abbiamo un backtracking ridotto e volto non allo sfruttamento della nuova abilità acquisita -es.: il doppio salto- per svelare nuovi livelli di gioco, quanto più connesso con la scoperta di forzieri contenenti preziosissimo e spesso raro equipaggiamento. Dust è quindi molto story-related e prevalentemente action-rpg, pur tuttavia presentando una discreta sfida, nonchè sfizio, nel cercare i suoi vari tesori nascosti.
Unica vera pecca del gioco: il glitch della lava e degli speroni. Cascateci su e siete fregati, senza la possibilità di risalire vedrete pian piano il personaggio saltellare, l’energia scendere e la vostra rabbia salire. Ricaricate!
Adesso, sporchi miserabili bXstardi che non siete altro, avrete forse già letto il voto eh? Ohhhhhhhhh mannaggia! Ma non segue la media -nessuno dei titoli che recensisco la segue, solo questa volta ve ne renderete conto per il groooosso (oh my god!) divario di voti-!!! ‘mbè!??! Un gioco moderno non è più la somma delle sue parti ed il voto serve solamente come strumento dei publishers -molti di voi questo non lo sanno- … -ma sanno che compreranno già Cod che uscirà per PS4 o per One-. Cosa giustifica allora il dieci pieno pieno? Quello scarto inqualificabile ed indescrivibile di ogni cosa: il suo “animo” -tra parentesi perchè è un’opera digitale-. Già, l’animo, la poetica, se preferite. Ricordate cosa disse Iwata di Dragon Quest: Sentinels of the Sky? Disse che rappresentava tutto l’amore che i giapponesi infondono nei loro giochi. Lo zietto non c’aveva torto, secondo me. Ma comunque, quella stessa definizione la si può applicare, con opportune modifiche, al nostro Dust.
Neanche la presenza di una parata ad impatto -l’unico tipo di parata possibile- riesce a dare profondità ad un titolo forse troppo rivolto ad un pubblico giovane.
“Dust: an elysian tail” rappresenta tutto l’amore che spesso è stato infuso nei videogiochi così come quello che noi, specialmente da piccoli, abbiamo profuso nel giocarci. Per questo lo consiglio indiscriminatamente a tutti, a maggior ragione per quei vecchi attempati giocatori con prole a carico (‘zzì vostri gente!). Questi ultimi lo ameranno e sono sicuro penseranno ad un qualcosa del tipo: “Era così che all’epoca sognavamo che i videogiochi si sarebbero evoluti”. I loro figli, “semplicemente”, lo ameranno ed il titolo risulterà fortemente seminale nel dare la forma ai loro futuri sogni videoludici, un po’ come per me -e spero anche per molti di voi- sia accaduto con Usagi Yojimbo. In fondo, il gameplay stesso del gioco è dedicato a loro.
P.s.: è un po’ che non lo faccio e, sono sicuro, sia contro le direttive standard su come buttare giù una review. Questo lo dico nel caso Gabo passi di qui! Tuttavia lo faccio lo stesso:
Se Dust fosse una canzone, sarebbe “canzone piccola” di Jovanotti. E non datemi del sentimentale!






