Sono intrappolato qui…
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… nell’orrore.
Tutto comincia con un uomo barricato in un appartamento. Sono giorni che è lì, rinchiuso per sfuggire ad un’epidemia che ha tramutato gli abitanti in mostri. Col passare del tempo la sua sanità mentale vacilla. Ricorda a stento il suo nome, i giorni trascorsi… finanche l’inizio della sua disgrazia. Una sola cosa sa: deve uscire, rompere l’isolamento che l’ha salvato dal contagio. Lui deve farlo! Per le scorte di cibo che ormai sono esaurite, ma sopratutto per la sua sanità mentale. Lui deve sapere: è davvero l’unico sopravvissuto?
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Se era difficile evitare i mostri in Silent Hill, tanto più difficile dovrebbe esserlo in un videogame che, complice le due dimensioni, manca di profondità spaziale. Non preoccupatevi: se le munizioni scarseggiano ci penseranno i bengala a spaventare i mostri. In alternativa: optate per nascondigli in zone buie, mantenete la calma ed aspettate-sperate che gli abominii passino senza notarvi.
L’incipit della nuova opera di Jasper Byrne fa molto “Io sono leggenda”, ma non vi illudete: l’esperienza che lo sviluppatore indie ha maturato con il demake di Silent Hill2, tale Soundless Mountain 2, segna profondamente questo suo nuovo videogame. Come Silent Hill è stata una “location”/”condizione umana” piena di mostri -interiori e non- così Lone Survivor si racconta: un tuffo nell’insanità mentale del suo protagonista.
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Durante le nostre esplorazioni del comprensorio, prima, e delle strade cittadine, poi, incontremo diverse bizzarre figure. Alcune sono caratterizzate in modo tanto surreale da sembrare proprio partorite dalla mente vacillante del protagonista. L’influenza di Twin Peaks è palpabile, ma non demordete: cercate di mantenere un buon controllo sulla vostra mente (mangiate cibi sani, dormite, leggete il vostro diario per ricordare) e vedrete che il rapporto dialogico con i vostri diversi Io malati vi fornirà preziosi indizi.
Dopo aver infatti varcato la porta che lo separa dal mondo, il nostro eroe affronterà un percorso di sopravvivenza in cui le allucinazioni si mischiano alla realtà, impedendoci di riuscire a discernere le une dall’altra. Mentre cercheremo di capire qualcosa di un mondo che sembra ormai impazzito, leggere contaminazioni da Twin Peaks concorreranno a rendere l’esperienza onirica, confondendone ancor di più i tasselli. Momenti di black out ci porteranno ad incontrare figure misteriose, come uomini con la faccia tinta di bianco o nascosta sotto uno scatolone; oppure gente che, noncurante, festeggia in un appartamento del nostro stesso comprensorio, quando tutt’intorno imperversano i mostri.
Mentre lotterete per sopravvivere, gli interrogativi impazzeranno nel vostro cervello e la mente confusa del protagonista non vi fornirà una chiara luce alla fine del tunnel: sta a voi carpire le informazioni contestuali per avere una chiara idea di che cosa stia davvero accadendo. C’è stata davvero un’epidemia? O, semplicemente, siamo nella mente di un pazzo delirante che in realtà è rinchiuso in una camera di bianco imbottita?
Il miglior pregio di Lone Survivor è quello di voler fare a pugni con il videogiocatore, a partire dal dare un senso alla storia fino al gameplay di base. Quest’ultimo, poi, è davvero eccezionale. Molti lo hanno definito il primo vero survival horror di questa generazione, il titolo che rappresenta il traguardo che la serie di Silent Hill non ha saputo tagliare in questa gen. Io dico che è molto di più. Nonostante il suo aspetto pixelloso/bidimensionale -che farebbe propendere per delle dinamiche à la Silent Hill semplificate- Lone Survivor spinge ancor di più il genere verso sfaccettature nuove. Punto primo: il concetto di “rifugio”. Sembra l’uovo di colombo, ma nessuno prima ci aveva mai pensato! Il tema della sopravvivenza, in Lone Survivor, non si esplica semplicemente nell’equazione “tanti mostri-poche munizioni-personaggio debole ed inerme”. Qui dovrete letteralmente lottare tanto con i mostri lungo il cammino quanto con la fame e la necessità di non impazzire. Ottemperare alle vostre esigenze richiede quindi un approccio molto strategico. Innanzitutto, brevi raid lontano dal vostro rifugio per poi tornarci, si spera, carichi di cibo, munizioni, conoscenze sulla situazione e… speranze. La strada sarà tutta in salita, tra mostri da evitare o colpire a colpi di pistola, razioni di cibo da racimolare così come gli utensili -pentolame, bombole del gas etc…- da portare nel nostro rifugio che miglioreranno le nostre condizioni. Sarà infatti meglio mangiare del cibo cotto, piuttosto che crudo, così come fare del caffè da portarci appresso allontanerà il sonno. Ma non vi illudete: ogni scelta avrà il suo peso. Non dormire abbastanza, mangiare indiscriminatamente qualunque cosa, uccidere i mostri piuttosto che evitarli… persino dare troppa confidenza alle nostre allucinazioni… ci può rendere mentalmente instabili ed incapaci di cogliere il punto della situazione. A peggiorare le cose: pare che qualcuno, forse i nostri alter ego schizo-generati, si diverta a tentarci con delle droghe sparse per il gioco. Previo loro assunzione avremo diversi vantaggi, dall’aumentare delle munizioni a snack etc… ma ogni pillola è potenzialmente un passo verso l’oblio della ragione.
Nonostante l’andamento strutturato, il gameplay fornisce il giocatore di diverse soluzioni per vivere l’intera esperienza. Le vostre mosse incideranno persino sul suo epilogo, con un ammontare di ben 3 differenti finali, dei quali probabilmente solo uno scoperchierà il baratro. E forse capirete quanto la tematica di fondo sia, in un certo senso, complementare a quella di Braid…
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Un vero survival che vi chiederà di pianificare attentamente le vostre azioni: non spingervi troppo lontano dal rifugio per tornarci repentinamente quando il sonno vi assale; far sì che le vostre scorte di cibo siano sufficienti per sostentarvi durante l’esplorazione; controllare che le munizioni o i bengala siano sufficienti per affrontare i mostri lungo il tragitto; racimolare oggetti da utilizzare per migliorare il proprio rifugio e renderlo più vivibile, oltre che cercarne altri “chiave” da utilizzare al posto giusto per andare avanti nella trama… Sembra difficilotto se la mettiamo così, ma la sfida è godibilissima!
Lone Survivor è un videogame che si esprime magnificamente, aggiungendo parametri ad un genere recentemente un po’ svogliato, sbagliando allo stesso tempo ben poco. L’unico difetto riscontrato è l’insufficienza delle mappe che, una volta trovate, mostreranno delle piantine dall’alto, inadeguate ad un gameplay 2d. Inoltre, purtroppo, la scarsa qualità grafica -impossibile giocarci a schermo intero per via della risoluzione- unita al comunque piacevole grado di difficoltà -che come abbiamo già detto ama sfidare il giocatore senza essere snervante- possono rendere quest’opera non di facile lettura per i videogiocatori moderni. A questi invito di fare quello che, nel retrogaming, viene chiamato “salto di fede”: provatelo e mettetecela tutta. Le sue dinamiche, le sue atmosfere, il messaggio nascosto nella sua esperienza, vi segneranno!




