[RECENSIONE] KLAUS

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[RECENSIONE] KLAUS

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Un mix di platform dalla propria identità

Immaginate uno dei vostri lunedi mattina tipo: la sveglia suona, frastornati vi alzate e vi guardate in giro ancora con la palpebra calante, realizzando piano piano che siete alle porte di una nuova, noiosa e distruttiva giornata in ufficio. Uno scenario più che comune per un qualsiasi impiegato, vero? Beh, pensate invece se un bel lunedì, anzichè svegliarvi nel vostro letto, vi trovaste soli e rinchiusi nel seminterrato della vostra azienda, senza alcun ricordo (tranquilli, niente hangover) e con un tatuaggio al braccio riportante il vostro nome. Situazione un po’ bizzarra, direi.
“Cosa ci faccio qui? E… chi sono?”. Ecco i primi dubbi esistenziali che vi vengono serviti in Klaus, titolo indie targato La Cosa Entertainment, un platform 2D che strizza tanto l’occhio a un pilastro di nome Super Mario ma anche al più recente Thomas Was Alone, tanto per darvi un’idea del genere. Il paragone non vuole essere critica di un indegno plagio, sia chiaro: Klaus appartiene ad un genere videoludico che ha ben poco da innovare dopo decadi di vita, per cui no, non stiamo parlando di un gioco che rivoluzionerà il mondo del platform; tuttavia verrà ricordato sicuramente come un azzardo stilistico di mix tra meccaniche di giochi già visti e rivisti, dal risultato ampiamente sopra la sufficienza, e per essere uno dei pochi giochi platform che pone la narrativa come cardine dell’esperienza.

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Come anticipato poco fa, il gioco ci permette di vestire i panni di un impiegato aziendale, tale Klaus, appena svegliatosi nei sotterranei della sua azienda e accompagnato da una bella amnesia. Lo scopo del giocatore è quello di avanzare nei sei livelli presenti e di sbrogliare il bandolo della matassa: chi è Klaus? Questo, e si sa per certo, non è il vero nome del nostro alter ego ma bensì il nero tatuaggio presente sul suo braccio. Un banale incipit che diviene domanda ricorrente in ogni sezione di livello: udiremo i lamenti del nostro impiegato e leggeremo i suoi pensieri con dei blocchi di testo a comparsa, i quali col tempo sanno rivelarsi buffi e interessanti a tal punto da farci proseguire il gioco con il solo scopo di capire davvero cosa è successo a Klaus, mettendo in secondo piano il buon gameplay che il titolo offre. Il level design di Klaus non è particolarmente diverso da quanto visto nei soliti platform, con sequenze lineari intervallate da salti, doppi salti e calcoli millimetrici da fare per evitare di finire punzecchiati dai classici spuntoni, chiavi da recuperare, piattaforme da spostare e via dicendo. Quello che il nostro alter ego può fare è limitato, occorre essere cauti per evitare di essere uccisi dai nemici presenti su schermo; più che recuperare chiavi per aprire porte, hackerare terminali per sbloccare sezioni di livello ed eseguire dei pirotecnici doppi salti non potremo fare. Non è un caso, quindi, che ben presto la presenza di un supporto si riveli necessaria: K1!

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K1 è un personaggio che accompagnerà Klaus quasi dall’inizio del gioco e non ricoprirà un ruolo di secondo piano. Il bruto personaggio è infatti l’esatto opposto del piccolo Klaus: forte, in grado di sconfiggere i nemici, spaccare i muri e planare; tutte abilità che si rivelano necessarie al proseguo dell’avventura. Klaus e K1 possono essere comandati simultaneamente o singolarmente, la scelta è vostra. Spesso vi troverete di fronte a situazioni in cui il gruppo dovrà dividersi in modo da favorire il proseguimento di ognuno dei personaggi, ma non mancheranno nemmeno i frangenti in cui dovrete correre e comandare entrambi i protagonisti per sfuggire al classico “schermo che vi inghiotte se vi tocca”. Solo un’abilità è condivisa da entrambi gli alter ego, ovvero la possibilità di muovere le varie piattaforme tramite l’uso del touch pad e in seguito dello stick destro. Il sistema di comandi, pur essendo molto semplice da imparare, non è purtroppo esente da difetti, soprattutto per quanto riguarda la gestione della telecamera libera e dei rimbalzi che si possono compiere dalle pareti elettrostatiche. Nulla di eccessivo, però la telecamera è una componente abbastanza importante soprattutto quando si tenta di spostare le piattaforme mentre col personaggio si sta facendo tutt’altro (nelle prove a tempo sbloccabili una volta finito il gioco questa meccanica diventa preziosa davvero) e subire un certo lag nello spostamento non giova molto al sistema di gioco.

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In generale, possiamo dire che il gioco si basa su un gameplay intuitivo, abbastanza semplice da assimilare e che soprattutto, grazie a delle accortezze da manuale, non risulta mai essere ripetitivo. In ogni livello qualcosa di strano vi capita sempre, che sia dato dal fatto di comandare il personaggio mentre corre senza possibilità di bloccarlo, di dovere utilizzare i comandi invertiti o di recuperare delle chiavi solo spostando al momento giusto le varie piattaforme. Le idee più originali si hanno sicuramente nei frammenti dei ricordi di Klaus, accessibili da dei cerchi colorati non troppo nascosti nei vari livelli; questi, oltre a regalare interessanti soluzioni di level design come il gioco “al buio” o l’utilizzo di più copie di Klaus suddividendo lo schermo a sua volta in livelli, rappresentano degli schemi in cui possiamo conoscere meglio alcuni dettagli del vero Klaus e ci permettono di dare un filo via via più logico alla storia intera.

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Visivamente Klaus non è un’opera d’arte da next gen, ma nel suo piccolo mostra uno stile e un carattere forte facendo buon uso del colore in un layout abbastanza minimale. Ogni livello ha una sua predominante cromatica e restituisce scenari che si sanno distinguere molto bene l’uno dall’altro e, ciliegina sulla torta, il colore della luce del pad PS4 si adatta e segue (per quanto possibile) lo stile del livello. Le sequenze di ricordo sono forse quelle meglio riuscite, delle tavolozze bianche e completate solo da un altro colore che va a comporre disegni e testi di quel particolare scenario. Le musiche di gioco sono quelle che ci si aspetta da un gioco platform, nulla che vi ricorderete per la vita, anzi forse è molto più facile che vi resteranno impressi le espressioni di Klaus e K1 emesse dall’altoparlante presente sul pad.

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La longevità non è eccessiva, il gioco è completabile senza troppi problemi in 6-7 ore vista anche la relativa semplicità dei livelli: Klaus non è un gioco affatto frustrante, ha una curva di difficoltà che lo rende accessibile a tutti senza prendere a schiaffoni il giocatore finchè si tratta di completare la modalità arcade. La modalità a tempo invece, ottenibile alla fine del gioco, permette di ripetere i livelli nell’ordine preferito con lo scopo di battere il record preimpostato e condividere, a piacimento, il punteggio ottenuto online: preparatevi quindi a calibrare al millimetro le vostre azioni e ad affrontare una sfida più elevata qualora decidiate di ripetere il gioco nella suddetta modalità. Il prezzo a cui è venduto attualmente il prodotto sul PS Store (20 euro) può sembrare forse un tantino eccessivo se non si è amanti di platform 2D e company, tuttavia sarebbe davvero un peccato farsi scappare una delle più importanti produzioni indie del periodo e, senza troppi dubbi, dell’intera libreria PS4.

Il Buono

  • Narrativa particoleraggiata per il genere
  • Platform sia classico che originale
  • Ha un stile tutto suo

Il Cattivo

  • Alcuni controlli non proprio precisi
  • Prezzo forse un po' eccessivo
7.5

Scritto da: Max "OminoGiallo" Andreon

Giallo di nome ma non (più) di chioma, è un individuo atipico se confrontato ai suoi simili. Preferisce di gran lunga un joypad usurato ad una quattroruote super-sportiva. Una persona che ha bisogno dei suoi spazi intimi giornalieri con la console. La preferita? La giapponese, sia per il gaming che per il gentilsesso. Ringrazia N per averlo svezzato ludicamente, a pane e Mario-Tetris.

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